“Quando l´Italia divenne un unico Stato, il sud non era più arretrato, più oppresso, più povero del nord. Lo si è detto e fatto dire, per giustificare l´intervento militare e l´annessione. Più o meno come si faceva con le terre da colonizzare.”
Io il “più o meno” lo ometterei.

Il nuovo “Piano per il sud” potrà avere effetti determinanti solo nella misura in cui esso avrà forti ed originali contenuti “centrali”, e se le Regioni troveranno il modo di operare in maniera congiunta, e in armonia con la nuova Banca del sud.
Estratto di un articolo di Nino Novacco, ai tempi presidente emerito della SVIMEZ.

Il grafico è un’elaborazione della spesa pubblica pro - capite in istruzione in alcuni Paesi europei negli anni 1888 e 1889. [1] Non essendo riuscita a trovare la fonte primaria, riporto un grafico già elaborato.
In ogn caso, esso è eloquente dell’impegno del neonato Regno ad alfabetizzare i popoli della Bassa Italia e garantire loro servizi in linea con gli standard europei.

Riferimenti:

[1] Girelli Bocci, A., M., “L’investimento pubblico in capitale umano ieri e oggi in Italia.” in “Rivista di storia finanziaria”, numero 13, Luglio - Dicembre 2004.

Obiettivo di questo lavoro è mostrare – attraverso un’analisi empirica condotta sui tassi di crescita del PIL pro capite del Centro - Nord e del Mezzogiorno – che negli anni a partire dal dopoguerra e fino al 2007 il Sud ha dato il suo contributo alla crescita del benessere della parte restante del Paese, e che non è possibile fare la stessa affermazione invertendo la direzione di causalità.
O per meglio dire, il colonialismo interno italiano è statisticamente significativo.

Non si deve infatti dimenticare che esistono beni pubblici locali e nazionali. Tra questi ultimi, compaiono la coesione sociale e un minimo di redistribuzione del reddito: obiettivi che si raggiungono e si finanziano con un sistema tributario progressivo. Dove i redditi personali sono più elevati inevitabilmente i gettiti pro capite sono maggiori. Ma questo non autorizza i territori più fortunati a ritenersi padroni delle entrate tributarie ivi raccolte.
Il principio di redistribuzione del reddito. Questo sconosciuto.

Riferimenti:

Osculati, F., “La bozza Calderoli e il Mezzogiorno.”, su “Nel Merito” dell’11 settembre 2008.

Cronache di un’ordinaria stampa di regime.

Riferimenti:

Sansonetti, P., “Il Sud? Per i grandi giornali non c’è.”, su Calabria Ora del 24 Maggio 2012.

Un estratto del libro di Silvana Patriarca che sottolinea l’utilizzo ideologizzato della statistica nel secolo XIX. In particolare, si riporta l’analisi critica di Angelo Messedaglia, statistico veronese, relativa ai dati sulla criminalità pubblicati dall’Impero austriaco, utilizzati per avvalorare lo stereotipo della maggiore delittuosità dei popoli Lombardo e Veneto.
Uno spunto di riflessione non solo sul pericolo che la strumentalizzazione dei dati rappresenta, ma anche sulla possibilità di poter essere terroni di qualcun altro.

Dal momento che le definizioni di moralità e di principi morali differiscono non solo tra diverse società ma anche all’interno della stessa società, la statistica morale usata per misurare la moralità di una società non può che divenire oggetto di dibattito. Inoltre, intesa come conteggio delle azioni illecite o immorali per la valutazione del tessuto morale di una società, la statistica morale è quasi per definizione un regno di paradossi. Si consideri ad esempio il caso paradigmatico della relazione tra il genere e il crimine. Gli statistici affrontarono constantemente la questione della partecipazione femminile al crimine come segno di una maggiore o minore civiltà nell’ordine sociale. La risposta ovviamente dipende dal personale punto di vista su come dovrebbe essere il rapporto tra generi. Sostenere che un ordine sociale più civile è uno in cui le donne si comportino maggiormente come gli uomini, e applicando il ragionamento alla criminalità, allora il paradosso della natura morale della società misurata da un comportamento altrimenti condannato appare evidente.
Un problema altrettanto irrisolvibile che ermerge dalle statistiche sulla criminalità è relativo al confronto spaziale: la comparazione delle statistiche sulla criminalità tra gli stati è estremamente difficile da interpretare, se non del tutto impossibile, date le differenze nei sistemi di legislazione penale, nelle definizioni di ciò che costituisce reato, nei sistemi e nelle capacità delle forze di polizia, e così via, tutto ciò rende un crimine un concetto che varia notevolmente tra società e società, ma anche all’interno della stessa società nel tempo. In ogni caso, evitare il confronto spaziale e temporale quando i dati sono disponibili è quasi impossbile, dal momento che la statistica assume significato sono attraverso il confronto.
[…]
Il principale compito di Messedaglia autocommissionatosi nel saggio del 1865-1866 fu quello di sfidare l’accusa pronunciata dalle autorità austriache nei confronti dei loro sudditi italiani di essere un popolo governato da
passioni meridionali.
Gli austriaci lessero il numero elevato di casi chiusi durante le indagini preliminari nelle province italiane come il risultato di una predisposizione alla vendetta, una delle tipiche “passioni meridionali.” La riluttanza da parte della popolazione a collaborare con gli ufficiali giudiziari e l’astuzia dei delinquenti furono riportate come motivazioni aggiuntive dei frequenti insuccessi nelle condanne. Le proporzioni dei crimini violenti tra gli imputati nelle province italiane inoltre si adattavano allo stereotipo di un popolo meno capace di tenere sotto controllo la collera.
Attraverso un esame più approfondito dei tipi dei crimini le cui indagini preliminari non sono state in grado di trovare prove sufficienti per individuare un colpevole da portare alla fase successiva dell’azione penale, Messedaglia sostenne che si trattasse per la maggior parte di crimini denunciati ma per i quali l’identificazione del trasgressore era oggettivamente più difficile da provare, come incendi dolosi, abbandono di minori, aborto, e quei crimini legati al livello di sorveglianza pubblica, come razzie e furti. Prima di accusare la predisposizione morale di un popolo intero, si dovrebbe - questo era il succo dell’introduzione fatta da Messedaglia - con la massima attenzione disaggregare i dati complessivi nelle loro diverse componenti e prendere in considerazione una serie di possibili fattori che li spiegano.
Il passo successivo dell’analisi dello statistico veronese si incentrò su cosa accadesse nelle “indagini speciali”, ovvero le indagini nei confronti di sospetti specifici, distintinguendole dalle generiche indagini preliminari: in questo caso le cifre dimostrarono che gli abitanti del Lombardo - Veneto così definiti avevano una probabilità maggiore di essere sottoposti a processo rispetto a quasi tutte le altre province dell’Impero. Il Lombardo - Veneto si distingueva anche per quanto riguardava la percentuale degli imputati tenuti in stato di arresto durante il processo investigativo. Messedaglia sostenne inoltre che le proporzioni relativamente più basse di persone accusate di reato nel Lombardo - Veneto fossero un artificio statistico che nascondevano più di ciò che rivelavano: infatti per essere significativi i dati avrebbero dovuto essere aggiustati in modo tale da tener conto delle variazioni da provincia a provincia nella proporzione delle effettive accuse nelle indagini. Dai dati aggiustati si ottennero risultati notevolmente differenti: la percentuale di persone accusate nel Lombardo - Veneto nel 1858 passò da 1 ogni 3.984 abitanti a 1 ogni 978, molto più vicina alla propozione di un accusato ogni 655 dato dalla media generale dell’Impero; quindi anche sotto questo aspetto il Lombardo - Veneto non mostrava valori anomali. Al fine di fare confronti significativi - era questo il chiaro intento, come Messedaglia sottolinea - c’era bisogno prima di tutto di costruire dati omogenei. Ironicamente gli Italiani, per essere più “normali”, ovvero più vicini alla media generale, necessitavano di essere più delittuosi.
Attraverso i suoi calcoli, Messedaglia fu anche in grado di mostrare che gli abitanti delle province italiane erano più propensi ad essere condannati, una volta di fronte alla Corte, rispetto agli altri.
Quindi ciò che i dati realmente mostrarono in questa analisi, era l’inefficienza del sistema di pubblica sorveglienza manifestatosi nell’alto numero di furti rimasti impuniti e il trattamento discriminatorio al quale gli Italiani erano soggetti quando chiamati a testimoniare. Così come per i tipi di crimini, Messedaglia osservò che il Lombardo - Veneto aveva davvero una proporzione più elevata di crimini violenti, in particolare contro la persona, ma (ed è un “ma” importante) questo dato faceva riferimento solo alle persone giudicate e condannate. Dalle analisi precedenti, fu chiaro che esse erano solo una piccola parte del totale dal momento che un grande numero di crimini minori sfuggiva alla procedura giudiziale. Quindi era più accurato valutare la frequenza di alcuni tipi di crimini sulla base delle denunce totali: una volta fatto, l’accusa circa la relativa prevalenza di crimini violenti nel Lombardo - Veneto si mostrò totalmente priva di fondamento. La proporzione relativamente bassa di crimini contro la proprietà non è quindi il segno di un più basso livello di “civilizzazione” della criminalità, ma il risultato di un’attività di polizia inefficace, in particolar modo nei furti campestri sui quali Messedaglia osservò “essere diventati un reale flagello”. Quindi, una volta corrette, le medie del “meridionale” Lombardo - Veneto risultatono alquanto simili a quelle delle province settentrionali dell’Impero.
Le grandi variazioni nelle regolarità dei crimini di anno in anno permisero a Messedaglia anche di rifiutare fermamente le spiegazioni sulle differenze statistiche che riflettevano i pregiudizi etnici: in effetti questa variabilità sembrava accidentale
[…] “costante”, ovvero che esercitava una regolare influenza, come il clima, il momento del giorno, la stagione e così via.
Inoltre, come la legge dei grandi numeri chiaramente insegna, i piccoli numeri non garantiscono conclusioni certe: per questo per esempio non si possono dare, relativamente alle più alte percentuali di stupri rilevati nelle province italiane, conclusioni che potrebbero essere utilizzate per “legittimare l’accusa o il sospetto che noi (noi meridionali!) siamo molto inclini ai peccati e ai crimini della carne.” I numeri erano troppo piccoli per permettere di delineare conclusioni significative specialmente se comparati con le percentuali molto basse di altri indicatori di moralità nell’analisi, come la proporzione di nascite illegittime. Il livello molto basso di illegittimità nelle province italiane in contrasto con quello molto elevato nelle province tedesche fu una nota positiva sulla moralità delle prime, una differenza che, Messedaglia insistette, gli italiani dovrebbero capire maggiormente.
Messedaglia fece altre importanti osservazioni analizzando la variabile genere: la bassa percentuale di donne autrici di crimini nel Lombardo - Veneto (e in altre aree del Sud) come segno di una condizione di cultura primitiva non poteva restare indiscussa. Considerato che il tipo di crimini in cui le donne erano maggiormente coinvolte nei “paesi civilizzati” erano quelli contro la proprietà, e che questi appunto restavano decisamente impuniti nelle province italiane, si sarebbero ottenuti risultati più accurati sul comportamento criminale delle donne in queste aree se i furti fossero stati esclusi dai totali di provincia. In questo modo, anche il Lombardo - Veneto sarebbe probabilmente stato più vicino alla media imperiale rispetto a quanto le cifre sembravano mostrare. Qui, paradossalmente, Messedaglia fu obbligato a sostenere l’esistenza di una maggiore percentuale di crimini di quella indicata dalle cifre ufficiali, essendo questo il sintomo di una maggiore condizione “morale” perché avvicinava alla media, che a sua volta avvicinava al dato delle regioni che erano per definizione più “civilizzate”. L’aspetto “primitivo”, quindi era la giustizia imperiale, non la criminalità italiana.
Fedele al suo appello di essere cauti nei confronti spaziali, Messedaglia fece un uso molto moderato del confronto con altri paesi, o, per essere più precisi, con un altro paese, la Francia. Tuttavia si affidò ai dati francesi per accusare il Regno austriaco ancora una volta di essere inefficace, e al tempo stesso, eccessivamente severo nell’amministrazione della giustizia. Quindi le alte percentuali dei casi chiusi durante le indagini preliminari - segno di una carente sorveglianza - sono stati combinati con l’assenza del sistema della giuria, adottato dalla maggior parte delle nazioni civili, e con l’uso persistente di punizioni corporali, abbandonata dalle nazioni civili, per dipingere un quadro piuttosto cupo dell’amministrazione della giustizia nell’Impero asburgico.
Considerando gli attributi negativi legati alla rappresentazione del Meridionale in generale, non è sorprendente che Messedaglia non sopporti la rappresentazione di Lombardi e Veneti come Meridionali e alla stessa stregua di coloro ai quali, secondo lo stesso Messedaglia, questa etichetta è stata applicata in modo adeguato, ovvero gli Slavi del sud, come gli abitanti della Dalmazia. Infatti lo stesso Messedaglia classificò i popoli secondo le caratteristiche etniche e li pose in una gerarchia di civiltà, ma la sua classifica non corrispondeva affatto a quella delle autorità austriache: negli appunti che scrisse per i suoi studenti presso l’Università di Padova nel 1861 dichiarò che “Gli italiani ei tedeschi … sono i popoli più civilizzati dell’Impero “. Mentre riabilitava l’immagine dei suoi connazionali, lo statistico veronese puntò il dito contro le responsabilità del sistema giudiziario austriaco, che non solo non garantì agli Italiani la stessa tutela contro la criminalità, ma li penalizzò anche in vari modi.
[…]
Durante tutta la sua analisi Messedaglia ha schierato un arsenale di strumenti
[…] utili a rendere i dati più idonei al confronto. Questa enfasi sulla metodologia aumentò notevolmente il potere persuasivo delle sue argomentazioni, e rappresentò un punto di partenza del precedente dibattito sulle statistiche morali. Nel suo rifiuto di ciò che considerava conclusioni errate derivate dalla mancanza di rigore metodologico, Messedaglia fece appello alla luce della vera scienza. Secondo lui, le cifre parlano una sola lingua, che deve essere appresa. La loro interpretazione non è una questione di preferenze, ma di conoscenza e applicazione del metodo corretto, e l’interpretazione corretta è unica. Come argutamente osservò Messedaglia, torturando cifre non potranno dire la verità; il suo tour de force interpretativo, tuttavia, mostrò che essi possono dire la verità (qualunque essa sia) ma solo nelle mani degli analisti molto attenti e raffinati. Se lasciati nelle mani di chiunque altro il rischio che esprimano cose poco o nient’affatto veritiere è molto alto. Ma c’è anche un’altra lezione da imparare dall’analisi Messedaglia: che gli analisti anche molto attenti […] hanno bisogno di una forte motivazione a fare il loro lavoro con attenzione, e tale motivazione non è spesso puramente tecnica o metodologica, ma ideologica e politica. […]
Riferimenti:

Patriarca, S., “Numbers and nationhood. Writing statistics in nineteenth-century Italy.”, Cambridge University Press, 1996.

Da quando la Lega è al governo, è spuntata fuori la “questione settentrionale”. Dopo 150 anni in cui la “questione meridionale” è stata bellamente ignorata, accantonata ed aggravata, adesso spunta la “questione settentrionale”. E in che cosa consisterebbe? Secondo i proponenti di Pdl e Lega, nel fatto che ci sono troppe tasse sugli imprenditori del nord, scarse infrastrutture ed eccessiva burocratizzazione.
Non ha bisogno di commenti.

L’Università di Napoli […] era anche quella che costava di meno. Nel 1865 lo Stato spendeva, per l’università partenopea, circa 650 mila lire (su una spesa universitaria complessiva di quasi 4,2 milioni), pari a poco più di 270 lire a studente, a fronte delle 580 lire spese in media per le università dell’Italia settentrionale e alle 653 destinate agli studenti delle due università statali dell’Italia centrale (Pisa e Siena, poiché Roma non era ancora entrata a far parte del nuovo Regno). Le più costose, in termini di spesa per studente, erano quelle di Cagliari e Palermo, con oltre 1.600 lire a studente, dato il ridotto numero di iscritti.
E, per chi pensa che si tratti di una questione di premiazione del merito del sistema universitario, segue nel testo:

L’organizzazione degli studi lasciava molto a desiderare un po’ dappertutto. Ma le critiche maggiori riguardavano l’Università di Napoli, dove non vi era nemmeno l’obbligo di iscrizione, se non per l’esame finale di laurea.
[…]
La stessa preparazione degli studenti era ritenuta scadente da parecchi osservatori del mondo accademico, sia per il lamentato lassismo nelle prove di accesso alle università sia per l’indulgenza dei docenti negli esami di laurea, anche se, in questo campo era proprio l’Università di Napoli a mostrare maggiore rigore.
Una visione evidentemente poco oggettiva della qualità dell’offerta formativa. Ieri come oggi.

Riferimenti:

De Simone, E., “Nota sul divario Nord-Sud e sulla situazione universitaria al momento dell’Unità.”, , in “Nord e Sud a 150 anni dall’Unità d’Italia.”, giornata di studio presso la Camera dei Deputati, 30 Maggio 2011.
Questa accattivante (per il Centro-Nord) esposizione della situazione ci dice che c’è un problema di crescita che riguarda soprattutto il Sud. Quanto al Nord, al netto delle difficoltà imposte dallo shock della crisi finanziaria, esso sarebbe una molla pronta a scattare al primo segno di ripresa. Proviamo a verificare questa affermazione, facendo proprio astrazione dell’impatto della crisi di questi ultimissimi anni, guardando perciò al periodo (1998-2007) pre crisi e post moneta unica. Ci si accorge immediatamente, con buona pace dell’ottimismo, che quanto a dinamica del prodotto pro capite, nessuna circoscrizione italiana gode di ottima salute; anzi la evoluzione peggiore riguarda proprio il mitico “cuore” dell’apparato produttivo italiano. Fatta 100 la media UE a 27 (un benchmark ben più modesto della granitica Germania!) il Nord-Ovest passa da 140 del 1998 a 127 del 2007, ed il Nord-Est da 137 a 125 con una perdita rispettivamente di 13 e 12 punti (-9,3% e -9,6% rispettivamente). Il Centro da 124 a 116 (-8 punti pari a -6,5%) e il Sud da 74 a 69 (-5 punti pari a -6,8%).
Questo è il quadro. È necessario considerare con franchezza quali vie di uscita stanno di fronte all’Italia; una via di uscita che non si culli nell’illusione di “risolvere per parti” le nostre debolezze, capace invece di avere un respiro adeguato al compito di avviare il difficile ma necessario nostro riposizionamento a scala continentale.
Vedi anche:

Alcune note sul perché l’Italia non cresce.

Riferimenti:

Giannola, A., “I cambiamenti dell’economia italiana alla luce delle ricerche promosse dalla SVIMEZ.”, in “Nord e Sud a 150 anni dall’Unità d’Italia.”, giornata di studio presso la Camera dei Deputati, 30 Maggio 2011.