Avere molto da imparare dagli inuit la dice lunga.
Maggio 2013
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”[…] L’Italia attuale: un Paese in cui nessun indicatore economico e migliorato e in cui i cittadini hanno la percezione di un’inerzia invincibile.
A ciò va aggiunto che le ragioni addotte più frequentemente per spiegare il declino, anche se individuano fattori reali di criticità, non sembrano sufficienti. È insufficiente focalizzarsi sul Mezzogiorno e sul suo ritardo di sviluppo. Infatti, negli anni del declino, il Sud è cresciuto più del Nord.”
Ma gli italiani continueranno a far finta di non capire.
Aprile 2013
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Quello che i leghisti non dicono.
1. In caso di indebitamento nullo, ovvero rispettando il pareggio di bilancio, l’impatto sulla crescita dell’Italia è del -0,97%, sulla crescita della Napolitania del -1,47%;
2. In caso di rapporto debito/PIL costante nel tempo, l’impatto sulla crescita dell’Italia è del -1,05%, sulla crescita della Napolitania del -1,54%;
3. In caso di crescita del debito per un massimo del 3% del PIL, come definito dal trattato di Maastricht, l’impatto sulla crescita dell’Italia è del -1,37%, sulla crescita della Napolitania del -1,88%;
4. In caso di riduzione del debito del 5% del PIL ogni anno, l’impatto sulla crescita dell’Italia è del -1,13%, sulla crescita della Napolitania del -1,69%;
Pare però che gli economisti italiani notino solo gli effetti negativi dei vincoli di bilancio sull’economia padana.
Marzo 2013
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Solo che Pantaleoni si riferiva alla proposta di Nitti in cui le parti erano opposte.La regola del trattenere le risorse sul territorio, fra l’altro largamente in via di fatto praticata, o della “restituzione delle risorse al territorio”, nel concreto significa che, a parità di ricchezza, i cittadini del Nord debbano pagare minori imposte rispetto a quelli del Sud, oppure che, a parità di bisogni, i secondi abbiano minori diritti rispetto ai primi. Si tratta di un ragionamento (di una pretesa) che uno dei massimi economisti italiani, Maffeo Pantaleoni, aveva bollato nei primi anni del secolo scorso (1901) come “paralogismo”, che è un modo cortese per dire “stupidaggini” o “prevaricazione”.
Introduzione
Opinione diffusa è che Napoli e la Napolitania sono luoghi in cui c’è un maggior tasso di criminalità rispetto alle altre aree di Italia. Per accertarsi della sua veridicità si possono consultare sia fonti amministrative che statistiche. Le fonti amministrative nascono raccogliendo i dati generati dalle forze di polizia nello svolgimento delle rispettive attività e che vengono raccolti nella banca dati integrata detta Sistema di indagine (Sdi). Essa contiene i cosiddetti “fatti Sdi”, che si distinguono in fatti, ovvero qualsiasi evento di interesse delle forze dell’ordine, e provvedimenti, ovvero tutti i documenti emessi dalle autorità competenti e riguardanti un fatto illecito. Le rilevazioni amministrative, quindi, non si limitano alle sole denunce e sarebbero già uno strumento efficace per analizzare il fenomeno della criminalità. [1] A questo si aggiunge la raccolta da parte dell’ISTAT relativi alle denunce alle forze dell’ordine. [2]Le fonti statistiche nascono attraverso rilevazioni ad hoc e, nel caso della criminalità, esiste una specifica indagine dell’ISTAT, campionaria e a cadenza quinquennale, sulla sicurezza dei cittadini. [3]
I principali risultati dell’indagine sono la stima della sicurezza oggettiva (livello di criminalità esistente, sia visibile che sommerso), della sicurezza soggettiva (percezione della sicurezza dei cittadini nei propri ambienti di vita), del numero oscuro (numero di reati non denunciati) e dell’influenza dei reati subiti sulle abitudini di vita.
I dati ISTAT più recenti a disposizione sono relativi agli anni 2008 e 2009. La ripartizione Sud è utilizzata come riferimento per la Napolitania, anche se i confini delle due aree non corrispondono appieno.
La criminalità oggettiva
L’indagine distingue tra due gruppi di reati, ovvero i reati contro l’individuo e contro la famiglia. A loro volta, il primo gruppo si suddivide in reati contro la proprietà individuale e reati violenti, il secondo in reati contro l’abitazione e contro i veicoli. Il seguente grafico riporta il tasso di criminalità, inclusi i reati non denunciati, per ogni gruppo.
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Relativamente ai reati di scippo, rapina e aggressione viene rilevata anche la presunta origine dell’autore del reato, riportata nel seguente grafico.
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Le denunce
Dalle rilevazioni statistiche è possibile stimare anche il tasso di denuncia, riportato nel seguente grafico secondo la ripartizione geografica.
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Esistono, comunque, diverse propensioni alla denuncia in base al tipo di reato subito nelle diverse ripartizioni geografiche.La percentuale di denuncia varia per tipo di reato. Generalmente i reati consumati vengono denunciati di più rispetto ai tentati, lo stesso accade per i reati relativi ai veicoli per i quali la denuncia è necessaria ai fini del risarcimento assicurativo e per cautela personale, le rapine, che sono le più efferate e presuppongono anche la presenza di violenza e i furti in abitazione.
[…]
Nell’indagine è stato richiesto alle persone che non hanno denunciato il reato subito perché non l’abbiano fatto. Un’alta percentuale, variabile tra i vari tipi di reato, ha risposto che il fatto non era abbastanza grave. Ovviamente, questo tipo di risposta ha differenti significati a seconda del reato considerato. Come precedentemente visto, nel caso di uno scippo può derivare da un basso valore degli oggetti rubati […], per le aggressioni può dipendere dal non aver subito ferite. [3]
Se la distribuzione della percentuale di denuncia nel territorio globalmente non presenta particolari differenze, i singoli reati mostrano invece alcune specificità. Gli scippi e i borseggi sono maggiormente denunciati al Centro […], le rapine e le aggressioni nel Mezzogiorno, le minacce al Nord-est e nelle Isole, i furti di oggetti personali e i furti in abitazione nel Nord-ovest, i furti di veicoli (in particolare moto e motorini) nel Mezzogiorno e i furti di oggetti nei veicoli nel Nord-est. [3]
La criminalità soggettiva
Essendo la situazione oggettiva della criminalità pressoché simile in tutte le ripartizioni geografiche, ci si aspetta che lo sia anche la percezione della stessa e del degrado. Il seguente grafico riporta le percentuali di individui che si sono collocati nel punto più basso della scala di percezione per diverse domande relative alla percezione della criminalità.
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Conclusioni
L’idea che in Napolitania ci sia una maggiore propensione al reato non è confermata dall’indagine dell’ISTAT. Le differenze nelle varie aree, più che ad una maggiore propensione al reato, sono legate ad una diversa percezione della sicurezza. Pur non esistendo un’area in cui la criminalità è più forte, i diversi tipi di reati hanno diffusione differenti nelle varie aree. Nello specifico
Le ragioni del minor senso di sicurezza in Napolitania, infine, non sembrano attribuibili ad un maggior degrado ma nel senso di sfiducia nei confronti delle forze dell’ordine, nonostante non ci siano notevoli differenze nell’attività di controllo dell’ordine pubblico.Il rischio è maggiore nel Sud per le rapine, gli scippi, le minacce, i furti dei veicoli e delle parti di veicoli, ma è superiore nel Centro-Nord per i furti di oggetti personali senza contatto, i borseggi e i furti nella prima casa, nonché per i furti di biciclette. [3]
Riferimenti
[1] Calabria, E., “Le statistiche della delittuosità: una misura possibile della criminalità in Italia e in Europa”, in “Leggere il cambiamento del Paese: atti della nona conferenza nazionale di statistica”, ISTAT, Roma 2010, pp. 432-436.
[2] ISTAT, “Delitti denunciati dalle Forze di polizia all’Autorità giudiziaria. Anno 2010”, Tavole di dati, Roma 11 Gennaio 2012.
[3] ISTAT, “Reati, vittime e percezione della sicurezza. Anni 2008 – 2009”, Comunicato stampa, Roma 22 Novembre 2010
Se da un lato sono state attuate politiche antinapolitane, dall’altro si è taciuto. E chi tace acconsente, si suol dire.
È per questa ragione che votare questo o quel partito non può essere una soluzione.
Febbraio 2013
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Introduzione
Con l’industrializzazione italiana, si è innescato un processo di assorbimento delle imprese napoletane da parte di gruppi del Centro-Nord italiano. Le cause non necessariamente risiedevano in una maggiore forza di essi, ma nelle scelte di politica economica italiana, o scelte di investimento estere. Quest’ultimo caso riguarda la Voiello, impresa dapprima artigianale e poi industriale operante nel settore pastaio, che ha subito l’assorbimento da parte della Barilla, attraverso il controllo di una multinazionale americana che aveva interesse ad avviare un processo di concentrazione di vari settori dell’industria alimentare in Europa.
La conquista di Napoli e dell’Italia
Tutto ebbe inizio con una storia d’amore, intrecciatasi con l’ondata migratoria che Napoli conobbe a partire dalla metà del Settecento. August VanWittel, tecnico ferroviario, abbandonò il canton Berna nel 1839 per dedicarsi alla Napoli-Portici e per non farvi più ritorno. [1] Né in patria, né alla ferrovia. A Torre Annunziata, incontrò la Rosetta Inzerillo, futura sposa e figlia di un pastaio, con la quale nacque un “maccheronico idillio”. VanWittel abbandonò le officine di Pietrarsa per dedicarsi al pastificio. L’attività di famiglia andò avanti fino al 1879, data di nascita de “l’Antico Pastificio Giovanni Voiello”. Concentrando la produzione solo un tipo di pasta e cambiando il nome della famiglia e del pastificio in Voiello, Giovanni, nipote di August, fu probabilmente un involontario precursore delle strategie di marketing. [2] La produzione del pastificio Voiello si differenziava rispetto alle altre del circondario per la ricerca del grano più pregiato. Fu così che il pastificio si meritò il titolo di fornitore ufficiale della famiglia reale, nonché di buona parte dell’aristocrazia e delle personalità eminenti della provincia di Napoli. [3] Il successo avuto nella capitale sollecitò l’ampliamento ai mercati internazionali. Nei primi anni del Novecento la Voiello si impose alle fiere e aprì concessionari nelle principali città del Centro-Nord. Ulteriori possibilità di crescita furono interrotte dalle due guerre e dal cambiamento del tessuto economico italiano. Fu l’inizio della crisi. [3]
Il dopoguerra e lo “sbarco americano”
La Voiello, non essendo riuscita a portare a compimento gli ammodernamenti di cui aveva bisogno a causa della guerra, non riuscì a trovare spazio nella nascente grande distribuzione, che modificò i rapporti tra produttori e consumatori. Continuare a puntare sull’eccellente qualità delle materie prime non fu sufficiente a mantenere la propria posizione e negli anni ‘60 la produzione calò drasticamente. [3] Quella della Voiello non fu l’unica crisi. In quegli anni la Barilla si indebitò fortemente a causa di un investimento non andato a buon fine. Nata come impresa fornaia, entrò nel settore pastaio solo nel dopoguerra, affermandosi nel mercato emiliano, ma senza riuscire ad espandersi al di fuori dell’area di origine. L’investimento nel nuovo stabilimento di Pedrignano, allo scopo di diversificare la produzione, ne causerà il forte indebitamento che spingerà la famiglia a cedere la proprietà alla multinazionale chimica W. R. Grace & Co. [4] In quegli anni, la Grace & Co. era interessata ad investire in differenti mercati alimentari per ridurre i rischi derivanti dalla natura ciclica del mercato dei fertilizzanti. Fondò così la “General Food of Europe”, con lo scopo di creare dei grandi poli industriali alimentari in vari settori e regioni d’Europa, entrando, tra gli altri, nel settore del cioccolato nei Paesi Bassi e nel settore dei gelati in Danimarca. [5] Nel 1971 assunse il controllo della Barilla, con la quale entrò nel mercato italiano della pasta. [4] Fu tramite la gestione americana che la Barilla passò da piccola impresa locale a grande impresa italiana prima e multinazionale poi
“Nel 1945, Barilla - che negli anni Venti e Trenta era una delle principali realtà industriali emiliane - non aveva alcuna quota di mercato in Italia. Pertanto l’espansione è ripartita dall’ambito regionale per poi abbracciare il Nord e il Centro. L’ultima fase, la più difficile ed economicamente onerosa, è stata l’affermazione nel mercato meridionale. Una “conquista” realizzata negli anni Ottanta, ma le cui premesse furono poste nel 1975, con l’acquisizione della Voiello, durante il periodo di controllo statunitense di Barilla.” [6]
La Voiello, quindi, fu la prima di una serie di imprese napoletane che furono inglobate nel nascente gruppo Barilla, grazie alla gestione della Grace & Co., che ha apportato capitali e innovazione necessarie alla crescita e all’affermazione del gruppo in ambito internazionale. La Grace & Co. abbandonò il mercato italiano nel 1979, a causa della legislazione italiana che rese il costo dei salari e della pasta eccessivamente alti, rivendendo le quote ai proprietari originari. [7] Il gruppo Barilla utilizza ancor oggi marchio Voiello per operare nel segmento di mercato della pasta di qualità eccellente.
Conclusioni
La Voiello e la Barilla, oltre al settore in cui operano, ebbero in comune una profonda crisi legata al cambiamento del tessuto economico negli anni del miracolo economico. L’acquisto della prima da parte della seconda non è, alla luce dei fatti, riconducibile a una maggior efficienza, ma si intrecciò con gli interessi della Grace & Co. di accrescere la concentrazione nel settore alimentare. La scelta di utilizzare come capogruppo la Barilla piuttosto che qualsiasi altra impresa operante nel settore non sembra essere legata neppure ad eventuali potenzialità che presentava l’impresa, avendo introdotto sistemi di gestione e comunicazione innovativi proprio grazie alla gestione americana. La crescita di Barilla a scapito delle altre imprese è dovuta, quindi, ad interessi esterni a quelli del mercato italiano.
Riferimenti
[1] Ruggero, C., “Voiello/ La famosa pasta ha le radici in Svizzera. La storia”, su “Affari Italiani”, sez. Cultura, 10 Gennaio 2010.
[2] Gehring, F., “Napoletana? Quando mai? La pasta Voiello è svizzera”, su “Swissinfo”, 4 Gennaio 2007.
[3] Gandolfi, M., et al., “Con il Grano e con il Bronzo”, Grafiche Step, Parma 2010.
[4] Gonizzi, G., “Barilla: centoventicinque anni di pubblicità e comunicazione [1877-2002]”, Silvana Editoriale, Cinisello Balsamo 2003.
[5] Gant, T., “International Directory of Company Histories”, Vol. 50, St. James Press, 2003.
[6] Caracciolo, L., Maronta, F., “Malgrado tutto, a tavola l’Italia è una potenza”, su “La Repubblica”, sez. Parma, 20 Maggio 2011.
[7] Simchi-Levi, D., et al., “Designing and managing the Supply Chain: Concepts, Strategies and Case Studies”, McGraw-Hill, New York 2002, pp. 91-101.
Introduzione
L’Istituto per lo sviluppo economico dell’Italia meridionale (Isveimer), nato con il Regio decreto-legge 3 Giugno 1938 n. 883, è stato un istituto di credito di diritto pubblico, sotto il controllo del Banco di Napoli eccetto che nel periodo dell’intervento straordinario. A partire dagli anni ’50 assunse il ruolo di intermediario del credito a medio-lungo termine dell’area del napoletano per conto della Cassa del Mezzogiorno prima e dell’Agenzia per lo sviluppo del Mezzogiorno poi. Con la crisi del credito industriale, l’istituto sarà utilizzato per la gestione di affari illeciti che negli anni ’90 ne causeranno la crisi e la liquidazione volontaria. [1]
Il credito industriale e l’intervento straordinario
Il credito industriale è stato un aspetto del credito fortemente regolamento già dal primo dopoguerra, attraverso l’istituzione di istituti di credito speciali, come l’IMI. Nel secondo dopoguerra il compito di risollevare l’economia del napoletano e delle isole fu affidato a Sudindustria, una società fondata insieme alla SVIMEZ su iniziativa di Pasquale Saraceno e Astorre Baglioni. Lo scopo della società fu quello di sollecitare lo sviluppo dell’area attraverso investimenti nei settori poco presenti nel resto di Italia, in particolare quelli ad alta tecnologia. Cruciale fu in questo periodo il ruolo del Banco di Napoli che operò come consulente unico di Sudindustria e elargiva i finanziamenti attraverso la Sezione di Credito industriale. [2]
Alla fine degli anni ’40 l’Isveimer iniziò a collaborare con il Banco e nel 1953 assunse il ruolo di intermediario del credito a medio-lungo termine di riferimento nell’area del napoletano, in seguito alla chiusura di Sudindustria e l’istituzione della Cassa del Mezzogiorno. [2]
La legge 11 aprile 1953, n. 298 affidava il credito industriale del napoletano e delle isole a tre istituti di diritto pubblico, l’Isveimer, l’Istituto regionale per il finanziamento alle piccole e medie industrie in Sicilia (Irfis) e il Credito industriale Sardo (Cis). I tre istituti poterono attingere risorse esclusivamente dal fondo di dotazione, dal fondo speciale e tramite l’emissione di obbligazioni, mentre le altre forme di raccolta del risparmio furono loro vietate. Il fondo speciale era costituito per il 40% dalle somme versate dalla Cassa del Mezzogiorno di cui il 61% spettava all’Isveimer, il 29% all’Irfis e il 10% al Cis. [3]
L’attività degli istituti fu posta sotto il controllo del Comitato interministeriale per il credito e il risparmio e il Comitato dei Ministri del Mezzogiorno. [3] Inoltre, essi godevano dello status di istituti regionali di finanziamento alle piccole e medie industrie, nati con la legge 22 Giugno 1950 n. 455, che si occupavano esclusivamente del credito industriale alle piccole e medie imprese, lasciando i rapporti con le grandi imprese agli istituti di credito speciale. [4]
Il credito industriale in quel periodo fu tutto ad appannaggio dei settori di base, sia per la loro natura di imprese ad alta intensità di capitale, sia per la possibilità di usufruire delle agevolazioni derivanti dall’intervento straordinario, anche da parte di molte grandi imprese del Centro-Nord. Molti istituti di credito industriale entrarono in crisi in seguito allo shock petrolifero, dato l’eccessivo legame ad un unico settore del credito, notevolmente ridimensionato a causa della crisi dell’industria di base. [4]
Lo scandalo e la liquidazione
La crisi dell’Isveimer divenne manifesta con il suo coinvolgimento nell’indagine “Mani pulite”, ma determinante sarà un affare non del tutto trasparente con una società del gruppo Fininvest.
“Nel febbraio [del 1993], la richiesta di un finanziamento pari a 100 milioni di dollari. L’Isveimer, prima ancora di sottoscrivere il contratto con l’Istifi, acquista la “provvista” in Franchi svizzeri presso la Merryl Linch Capital Service di Londra. E lo fa, sostengono gli inquirenti, accollandosi il “rischio di cambio” (una sorta di scommessa sulla stabilità del rapporto Lira-Franco svizzero nei tre anni successivi con cui, se va bene, s’abbattono i tassi d’interesse) che, invece, spetterebbe alla società del gruppo Fininvest. Improvvisamente, però, il finanziamento viene bloccato nonostante l’istruttoria avesse dato parere favorevole sull’affidabilità della società legata al Biscione. E la pratica va in archivio senza ulteriori spiegazioni. Della misteriosa inversione di rotta non viene fornita alcuna comunicazione ufficiale all’Istifi che, dal canto suo, evita ogni tipo di protesta. I 100 milioni di dollari restano così nelle mani dei dirigenti Isveimer che hanno condotto l’operazione. L’intera cifra sarebbe stata poi versata presso la sede lussemburghese di una banca italiana. La fluttuazione del franco svizzero, però, avrebbe fatto fallire la scommessa accesa con il “rischio di cambio”, provocando una perdita di circa 32 miliardi mai iscritta in bilancio. Tale circostanza è stata poi portata a galla, nel ’95, dagli ispettori della Banca d’ Italia.” [5]
Nel 2004 il processo si è concluso con tre patteggiamenti, con due condanne a un anno e una a quindici giorni di reclusione con l’accusa di riciclaggio e con la prescrizione per i funzionari dell’Isveimer e gli amministratori della Fininvest coinvolti nell’operazione. È stata inoltre respinta la richiesta di restituzione delle somme ritenute oggetto di operazioni illecite. [6]
Le perdite ingenti subite dall’istituto legate agli affari illeciti e la ristrutturazione del Banco di Napoli ne resero inevitabile la liquidazione. Liquidazione che fu gestita come l’ultimo dei suoi affari illeciti. I commissari liquidatori, provenienti da Roma, Milano e Firenze, estromisero i dirigenti e i dipendenti, arrogandosi il diritto di lavorare nel lusso a spese dello stato.
[…] “Da quando l’Istituto è stato posto in liquidazione volontaria dal Banco di Napoli, nella sede di via Marittima si è insediata una pattuglia di persone di fiducia di Masala e Gesmundo. Segretarie, avvocati, commercialisti, revisori dei conti hanno preso possesso di uffici e scrivanie per “dare una mano” allo scioglimento della società del gruppo Banco di Napoli. Sono tutti alloggiati, a spese dell’Isveimer, e quindi dello Stato, all’Hotel Excelsior, dal lunedì al venerdì, giorno in cui tornano nelle loro case di Roma, Firenze e Milano. Non è finita: per gli spostamenti, hanno in dotazione automobili di grossa cilindrata e la possibilità di attingere a un fondo spese per pagare aerei e treni. La lista si apre con Antonella Cavarischia e Vittoria Tesei, la prima segretaria “storica” di Masala, la seconda già assistente di Gesmundo nel suo studio legale di Firenze. Subito dopo i liquidatori firmano un accordo di consulenza con la società di revisione romana Macfin, ben accreditata negli ambienti del Tesoro e della Banca d’Italia. Un gruppo di rappresentanti della Macfin prendono possesso degli uffici dell’Isveimer (e delle stanze dell’albergo extralusso): Giuseppe Vidau, (già consulente dell’Isveimer alcuni anno fa per conto della Peat Marwick), Fabrizio Montaruli, Afan De Rivera, Federico Cioffi. A giugno di quest’anno i liquidatori, dopo aver licenziato due funzionari con mansioni dirigenziali, nominano un nuovo direttore generale: è Bruno Verdiglione, una vecchia conoscenza di Antonio Masala (era stato il suo vice al Fonspà, società che fa capo al Credito Fondiario). Tale decisione è oggetto di un’altra interpellanza presentata il 2 giungo ‘97 al ministro del Tesoro dal senatore dei popolari Severino Lavagnini: “Si chiede di conoscere – scrive Lavagnini – se non si ritenga che tale nomina ecceda macroscopicamente i poteri dei liquidatori tenuto conto… soprattutto del fatto che l’unica attività che i liquidatori devono perseguire è lo scioglimento della società”.” [7]
La gestione della liquidazione, inoltre, non fu certo un grande esempio di trasparenza. I bilanci dal 1995 al 1997 furono resi nulli dal Tribunale di Napoli [8] a causa di una volontaria sottostima del passivo, in particolare quella relativa al fondo integrativo della pensione dei dipendenti, attraverso l’utilizzo di basi tecniche palesemente poco realistiche e il rifiuto dell’applicazione delle regole di rivalutazione previste dalla legge sulla ristrutturazione del Banco di Napoli. Risulta inoltre dai bilanci che le stime sono state commissionate a una società commerciale avente per scopo sociale la gestione di immobili, residence e l’attività di affittacamere. [8]
Conclusioni
La gestione dell’Isveimer è rappresentativa di una gestione scellerata tipica del settore pubblico italiano, caratterizzata dall’ingerenza dei faccendieri e della politica. In questo caso, l’istituto, nato per lo sviluppo del napoletano, divenne l’istituto per lo sviluppo degli affari illeciti italiani.
Riferimenti
[1] Foscale, G., “Tutti gli affari targati Isveimer”, su “La Repubblica”, sez. Commenti, p. 13, 6 Giugno 1996.
[2] Dandolo, F., “Sudindustria e la ricostruzione delle piccole e medie imprese meridionali nel secondo dopoguerra”, in De Simone E., Ferrandino, V., “L’impresa familiare nel Mezzogiorno continentale fra passato e presente. Un approccio interdisciplinare. Atti del convegno di studi. Benevento, 30 novembre – 1 dicembre 2007”, pubblicazioni DADES, Franco Angeli, Milano 2009, pp. 110-119.
[3] Legge 11 aprile 1953, n. 298, “Sviluppo dell’attività creditizia nel campo industriale nell’Italia meridionale ed insulare”, su “Gazzetta Ufficiale”, n. 102 5 maggio 1953.
[4] Zamagni, V., “Il credito all’industria”, in Bermond, C. (a cura di), “Storia d’Italia. Annali”, vol. 23, La banca, Einaudi, Torino 2008, pp. 765-784.
[5] D’Errico, E., “Scandalo Isveimer, scattano le manette”, su “Il Corriere della Sera”, p. 13, 11 Dicembre 1996.
[6] Redazione, “Scandalo Isveimer-Fininvest 9 prescrizioni, tre patteggiano”, su “La Repubblica”, sez. Politica interna, p. 22, 12 Maggio 2004.
[7] Marchesano, M. R., “Compensi d’oro ai consulenti”, su “Il Denaro”, n. 23, p. 10, 1 Gennaio 2002.
[8] Ferri, A., “Isveimer, bilanci nulli dal ’95 al ’97”, su “Il Denaro”, n. 23, p. 10, 1 Gennaio 2002.
“Se dovesse prevalere la versione egoistica e propagandistica del federalismo proposta da Lega e Pdl, la perequazione rischia di essere insufficiente o assente. Al di là degli aspetti di incostituzionalità, si metterebbe in moto un circolo vizioso di carattere economico a danno del nord. Il sud infatti importa dal centro-nord 70 miliardi all’anno di beni e servizi, e resta un fondamentale mercato per l’apparato produttivo del nord. I famosi soldi in più che Maroni e Berlusconi vorrebbero lasciare in Lombardia sarebbero più che compensati dai soldi in meno che affluirebbero in Lombardia per effetto della riduzione della domanda di consumi e investimenti del sud.”
Gennaio 2013
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Quello che sta avvenendo è una brutale redistribuzione della ricchezza dal basso verso l’alto. Coperta da populismi che mettono i popoli l’uno contro l’altro. Ai tedeschi si dice: «dovete pagare perché i popoli del Sud sono inefficienti e pigri». Agli italiani, agli spagnoli, ai greci si dice: «dovete dissanguarvi perché i tedeschi ci impongono l’austerità». Per questo, intervenire sulla questione dei tassi d’interesse è la cosa più urgente. Altrimenti, tutte le misure di austerità saranno vane.
” —Uniti per riaffermare il primato della politica sui mercati | Martin Schulz (via italianieuropei)
Introduzione
La politica di ristrutturazione e di vendita del Banco di Napoli da parte del Tesoro è da inserirsi nell’ottica della politica di ristrutturazione del settore creditizio, partito negli anni ‘90 che ebbe inizio con la legge Amato-Carli (legge n. 218 del 1990), che prevedeva la trasformazione degli Istituti di credito di diritto pubblico in Società per Azioni. Il Banco di Napoli fu il primo a cambiare la forma giuridica, nel Luglio del 1991.
La ristrutturazione del settore creditizio ebbe carattere squisitamente politico, legato sostanzialmente a due obiettivi, quello di adeguare il settore creditizio in Napolitania e nelle isole a quello del resto dell’Italia ‒ non esistevano problemi di efficienza, se non per gli istituti di maggiori dimensioni ‒ e quello di avviare il processo di integrazione europea tramite il consolidamento del settore bancario. Il processo di ristrutturazione portò alla scomparsa dei centri decisionali in Napolitania e nelle isole, rendendo la quasi totalità degli istituti dipendenti da gruppi del Centro-Nord Italia o esteri. [1]
La politica del Banco prima della crisi
Il Banco di Napoli ebbe, nel corso della sua esistenza, il ruolo chiave di sostegno all’economia della Napolitania. Negli anni ‘80, nell’ottica del suo amministratore Ferdinando Ventriglia, ciò passava imprescindibilmente dall’estensione della sua attività ad altre aree di Italia e all’estero, entrando in netto contrasto con la filosofia delle “misure prudenziali” elaborate dalla Banca d’Italia, che prevedeva, nel caso particolare del Banco di Napoli, il ritiro dai mercati non “meridionali” [2]
La conversione dell’istituto in Società per Azioni ha agevolato la politica di crescita di quegli anni permettendo un aumento del patrimonio di circa tre volte. [3] La gestione Ventriglia, in netto contrasto con la volontà italiana, dovette fare i conti anche con altri due eventi avversi: la crisi finanziaria che ha comportato l’uscita dell’Italia dallo SME e la chiusura dell’intervento straordinario. In particolare quest’ultimo arrecò notevoli danni a tutta l’economia del napoletano, rappresentando, di fatto, la principale fonte di spesa ordinaria nell’area. [2]
La gestione Ventriglia si chiuse nel 1994, a causa dell’interdizione dalle cariche legata ad una procedura giudiziaria [2], il primo anno in cui il Banco di Napoli registrò una perdita, per l’ammontare di 1.147 miliardi di Lire. La perdita dell’anno successivo di 3.145 miliardi azzerò quasi completamente il patrimonio dell’istituto. [4]
La querelle giudiziaria di Ventriglia fu vista come un tentativo politico di destabilizzare la sua posizione all’interno dell’istituto
La nuova amministrazione del Banco, nelle persone di Gianpaolo Vigliar e Pietro Giovannini, si oppose ferocemente a quella precedente e indusse la Banca d’Italia ad una serie di ispezioni volte ad “eliminare la rete clientelare creata da Ventriglia”, da sempre vicino agli ambienti della Dc, spostando le simpatie politiche dell’istituto verso sinistra. [5]“In un contesto generale così pesantemente compromesso, in via Toledo, a Napoli, anziché riunire le forze per affrontare meglio la non favorevole congiuntura, si ordisce ai danni di Ferdinando Ventriglia “una congiura di palazzo” (l’espressione è di Gustavo Minervini). Esposti anonimi, riguardanti la gestione e alcune scelte del Banco, vengono inviati alla Procura della Repubblica. Ne nasce un’inchiesta. Il gip Gennaro Costagliola formula, per Ferdinando Ventriglia, l’accusa di “abuso” d’ufficio patrimoniale. Su richiesta dei pm Aldo Policastro e Giuseppe Narducci, il “banchiere” viene interdetto per due mesi dagli incarichi direttivi. Più dettagliatamente, questa l’accusa per Ventriglia: aver concordato con il presidente e il segretario dell’Unioncamere, Antonio Argento e Giuseppe Cerroni, la nomina di Roberto Marrama, esperto di Diritto, a numero due della Fondazione Banco di Napoli, spodestando l’altro candidato, l’oncologo Gaetano Salvatore. “L’intesa viola la legge Amato-Carli”, dice l’atto di accusa. “In questo modo è il Banco che viene a controllare la Fondazione, mentre deve essere il contrario”.
A molti osservatori quell’inchiesta sembrò la conseguenza di un duro scontro di potere fra due uomini forti della Dc: Paolo Cirino Pomicino che sponsorizzava Marrama, e Antonio Gava che sosteneva Salvatore.
Ferdinando Ventriglia apparve subito la vittima di un inspiegabile errore giudiziario. Accusa e interdizione vennero annullate due volte: il 10 maggio e il 9 novembre 1994. La stessa Banca d’Italia definì quelle misure “eccessive e destabilizzanti”. L’ordinanza del giudice Giustino Gatti è una vera e propria assoluzione di merito. A sua volta, un anno dopo, il Tribunale del riesame afferma: “La nomina a vice presidente della Fondazione di Roberto Marrama risponde a criteri oggettivi di convenienza e professionalità essendo questi avvocato amministrativista e professore di Diritto pubblico, mentre l’altro candidato è un medico”. ” [2]
In seguito alle perdite del biennio 1994-95 e alle ispezioni della Banca di Italia, si avviò il processo di ristrutturazione dell’Istituto, realizzatosi anche tramite la privatizzazione, essendo il Tesoro ancora il socio di maggioranza.
La ristrutturazione e la vendita
Il processo di ristrutturazione del Banco di Napoli avvenne con appositi decreti e disposizioni della legge Sindona (decreto ministeriale del 27 settembre 1974), successivamente convertiti nella legge n. 588 del 1996, in cui si accordarono un aumento del capitale di 2.000 miliardi di Lire, l’erogazione di un’anticipazione da parte della Banca d’Italia al tasso simbolico dell’1%, sgravi fiscali derivanti dalla cessione di 50 sportelli, e facoltativamente altri 27 e diversi uffici oltre al trasferimento delle attività meno remunerative ad una bad bank, la Società Gestione Attività (SGA). [6] Da parte sua, l’istituto dovette accettare di cedere ulteriori 18 sportelli operanti nel Centro-Nord e la filiale di Madrid entro la fine del 1998, non riacquistare le attività dell’Isveimer, istituto controllato dal Banco e liquidato dal Tesoro, e di utilizzare i proventi esclusivamente per la ristrutturazione per volontà della Commissione delle comunità europee, al fine di evitare che le politiche attuate si rivelassero degli aiuti di stato, distorcendo così la sua posizione nel mercato. [4]
Nello specifico, l’aumento di capitale si realizzò attraverso la vendita del 60% del capitale appartenente al Tesoro, tramite asta pubblica, rivolta esclusivamente a banche, intermediari finanziari, società di assicurazione e investitori istituzionali, italiani o esteri, in possesso di specifici requisiti di solidità patrimoniale. [6]
L’asta si concluse con l’accoglimento dell’offerta della Banca Nazionale del Lavoro (BNL) e dell’Istituto Nazionale delle Assicurazioni (INA), gli unici operatori che, secondo i consulenti, erano in possesso dei requisiti patrimoniali richiesti. [4] Le quote del Tesoro furono cedute per 61,6 miliardi di Lire [7] e con l’impegno da parte del nuovo azionista di maggioranza di sottoscrivere una quota di capitale per un valore di 1.300 miliardi di Lire, lasciando al Tesoro la quota residua da sottoscrivere. [6]
In realtà, la situazione della BNL non era così rosea. La redditività era più bassa rispetto al Banco di Napoli dell’1% e beneficiò precedentemente un finanziamento di 2.217 miliardi di Lire per il risanamento e la privatizzazione. La cessione del Banco di Napoli apparve come una forma occulta di aiuto di Stato alla BNL, garantito dalla solidità patrimoniale del gruppo INA, che avrebbe detenuto la maggioranza assoluta del Banco, e che avrebbe permesso la creazione di un istituto di credito operante in tutto il territorio italiano, data la complementarità geografica delle due banche. [8] Quel che è certo è che quattro anni dopo l’acquisto del Banco dal gruppo BNL INA e dal Tesoro costò al gruppo Sanpaolo IMI oltre 6.000 miliardi di Lire. [9]
L’Istituto per lo sviluppo economico dell’Italia meridionale (Isveimer), nacque nel 1938 come controllata del Banco di Napoli. Negli anni ‘50 la banca fu nazionalizzata ed assunse l’ingrato ruolo di finanziare le piccole e medie imprese per conto della Cassa del Mezzogiorno e dell’Agensud, per poi tornare sotto il controllo del Banco di Napoli nell’ambito della ristrutturazione del settore del credito. [11] L’istituto di credito, durante la sua parentesi da ente di diritto pubblico, più che il tramite alle piccole e medie imprese napoletane lo fu dei faccendieri padani, sotto la protezione del Partito Socialista. Questa gestione dissennata costò all’istituto il ritorno sotto il controllo del Banco di Napoli prima e la liquidazione poi. [11]
La SGA è un’impresa, inizialmente controllata dal Tesoro, ceduta poi al gruppo Sanpaolo IMI, ma su cui mantenne un diritto di pegno, che si è occupata della riscossione dei crediti difficilmente recuperabili del Banco di Napoli. Le attività della SGA sono riportate nella seguente tabella

Attività poco remunerative trasferite alla SGA, con relativo tasso di copertura e valore netto. [4]
Come si vede, fu previsto un tasso di copertura dei crediti a breve termine di quasi il 50%, traguardo molto severo se confrontato con quelli che la Banca di Italia aveva concordato con altri istituti. è molto probabile, quindi, che la bad bank abbia rilevato anche molti crediti vivi. [9] Alla fine del 2009 il portafoglio residuo dei crediti da recuperare ammontava a 508 milioni di Euro, con un recupero di 5,42 miliardi di Euro (10.500 miliardi di Lire), circa l’84% del totale dei crediti problematici. A fronte degli ottimi risultati ottenuti, il Tesoro ha stabilito la vendita delle quote di SGA, con lo scopo di estenderne l’operatività a tutto il mercato italiano. [10]
Conclusioni
Se alla notizia, Nerio Nesi, presidente della Commissione attività produttive della Camera ed ex presidente della BNL esclamò “L’acquisto del Banco di Napoli? è stato un vero affare per la BNL.” [9] una ragione deve pur esserci. Quel che è certo è che l’affare prescindesse dalla situazione iniziale del Banco di Napoli, i cui problemi non possono essere negati, ma probabilmente sovrastimati anche grazie alla fretta e all’eccesso di zelo con cui la Banca d’Italia e del Tesoro selezionarono i crediti problematici [9] e stabilirono la sua vendita come soluzione migliore. L’acquisizione del Banco di Napoli da parte di BNL e INA prima e di Sanpaolo IMI poi favorì la penetrazione dei gruppi bancari nel Centro-Nord nel mercato del credito napoletano e il ridimensionamento dell’istituto a livello locale, dopo aver attuato una politica di crescita verso i mercati italiani e esterni fino a qualche anno precedente alla sua crisi.
Riferimenti
[1] Zazzaro, A., “La scomparsa dei centri decisionali dal sistema bancario meridionale” in “Rivista di Politica Economica”, vol. 96(2), pp. 31-60, 2006.
[2] Corsi, E., “Congiura di Palazzo contro Ventriglia”, su “Il Denaro” n. 005, p. 66, 8 Gennaio 2005.
[3] Florino, M., Pedrizzi, R., “Accertamento delle cause e delle responsabilità del dissesto del Gruppo Banco di Napoli e per la verifica dell’esistenza di collegamenti con interessi politici camorristici e/o della delinquenza organizzata”, proposta di inchiesta parlamentare, documento XXII n. 23 annunciato nella seduta n. 71 del 30 ottobre 1996.
[4] Commissione delle Comunità europee, “Decisione della Commissione del 28 Luglio 1998 recante approvazione condizionata dell’aiuto concesso dall’Italia al Banco di Napoli [notificata con il numero C(1998) 2495]”, su “Gazzetta ufficiale delle Comunità europee L 116”, 4 Maggio1999, pp. 36-56.
[5] Signoretti, F. M., “Banco di Napoli nel caos. Ricambia il Vertice?” su “La Repubblica” sez. Economia, p. 44, 23 Febbraio 1994.
[6] Ministero del Tesoro, “Sottoscrizione da parte del Tesoro dell’aumento di capitale del Banco di Napoli S.p.a. ai sensi dell’art. 3, comma 1, lettera d), del decreto-legge 24 settembre 1996, n. 497. Procedura di dismissione”, decreto ministeriale del 14 Ottobre 1996, su “Gazzetta Ufficiale” n.242, 15 Ottobre 1996.
[7] Ministero del Tesoro, “Sottoscritta dal tesoro cessione del 60% del capitale del Banco di Napoli a favore di INA-BNL”, comunicato stampa dell’11 Giugno 1997.
[8] Caccavale, E., “Presunte irregolarità nella fusione tra Banco di Napoli e Banca Nazionale del Lavoro”, Interrogazione scritta E-2787/98, su “Gazzetta ufficiale delle Comunità europee C 118”, 4 Aprile 1999, pp. 141-142.
[9] Esposito, N., “Sga e Isveimer: due bombe a tempo”, su “Il Denaro”, n. 22, p.1, 7 Giugno 1997.
[10] Governale, S., “Recuperati finora 5,4 mld”, su “Il Denaro”, n. 112 p.8, 23 Giugno 2010.
[11] Foscale, G., “Tutti gli affari targati Isveimer”, su “La Repubblica”, sez. Commenti, p. 13, 6 Giugno 1996.
Mi piace questa idea.“Ci dovrebbe essere un’agenzia indipendente e terza che operasse vigilanza sul rispetto delle regole richiamate dalla Costituzione riguardo la assoluta parità dei doveri e dei diritti di cittadinanza, oggi ampiamente lesi. C’è oggettivamente una disparità che penalizza le parti più deboli del Paese.”
Da notare è l’invasione di burocrati provenienti da Roma, Firenze e Milano che si arrogarono il diritto di lavorare in condizioni di extra-lusso a spese dello Stato, oltre all’estromissione della direzione e dei dipendenti, esclusi da ogni decisione o mansione in merito alla liquidazione, probabilmente per una presunta superiorità.
La liquidazione dell’Isveimer divenne quindi l’ultimo dei suoi intrallazzi padani.
”[…] Da oltre un anno, e cioè da quando l’Istituto è stato posto in liquidazione volontaria dal Banco di Napoli, nella sede di via Marittima si è insediata una pattuglia di persone di fiducia di Masala e Gesmundo. Segretarie, avvocati, commercialisti, revisori dei conti hanno preso possesso di uffici e scrivanie per “dare una mano” allo scioglimento della società del gruppo Banco di Napoli. Sono tutti alloggiati, a spese dell’Isveimer, e quindi dello Stato, all’Hotel Excelsior, dal lunedì al venerdì, giorno in cui tornano nelle loro case di Roma, Firenze e Milano. Non è finita: per gli spostamenti, hanno in dotazione automobili di grossa cilindrata e la possibilità di attingere a un fondo spese per pagare aerei e treni. La lista si apre con Antonella Cavarischia e Vittoria Tesei, la prima segretaria “storica” di Masala, la seconda già assistente di Gesmundo nel suo studio legale di Firenze. Subito dopo i liquidatori firmano un accordo di consulenza con la società di revisione romana Macfin, ben accreditata negli ambienti del Tesoro e della Banca d’Italia. Un gruppo di rappresentanti della Macfin prendono possesso degli uffici dell’Isveimer (e delle stanze dell’albergo extralusso): Giuseppe Vidau, (già consulente dell’Isveimer alcuni anno fa per conto della Peat Marwick), Fabrizio Montaruli, Afan De Rivera, Federico Cioffi. A giugno di quest’anno i liquidatori, dopo aver licenziato due funzionari con mansioni dirigenziali, nominano un nuovo direttore generale: è Bruno Verdiglione, una vecchia conoscenza di Antonio Masala (era stato il suo vice al Fonspà, società che fa capo al Credito Fondiario). Tale decisione è oggetto di un’altra interpellanza presentata il 2 giungo ‘97 al ministro del Tesoro dal senatore dei popolari Severino Lavagnini: “Si chiede di conoscere - scrive Lavagnini - se non si ritenga che tale nomina ecceda macroscopicamente i poteri dei liquidatori tenuto conto… soprattutto del fatto che l’unica attività che i liquidatori devono perseguire è lo scioglimento della società”.
[…]
L’elenco dei consulenti si allunga con il passare del tempo. In Isveimer giungono Dino Vanin e Carlo Icardi, entrambi ex funzionari della Banca Commerciale dove Masala ha a lungo lavorato. Il primo si occupa del personale, il secondo gli fa da assistente. Ma non è finita. Ad apportare il suo contributo allo scioglimento dell’Isveimer viene chiamato, su indicazione di Bankitalia, Berardino Libonati, docente di diritto all’Università di Roma e già commissario liquidatore della Sicilcassa. Libonati è consulente per l’area legale dove di recente è approdato Valerio Ceppetelli Caprini, ex dirigente di Comit e oggi, grazie ai suoi consolidati rapporti con il liquidatore Masala, presidente di Bn Commercio e Finanza e Bn Finproget e consigliere di amministrazione di Finban. Ceppetelli Caprini è anch’egli ospite fisso dell’Excelsior. Rarissimi i professionisti napoletani nell’elenco. Tra questi, Raffaele De Luca Tamaio, che cura il contenzioso legale con i dipendenti, ed Enrico Nuzzo, tributarista. Insomma, è chiaro che la liquidazione dell’Isveimer si è trasformata in un affare miliardari. Oltre ai costi sopportati per mantenere i consulenti esterni, ci sono gli emolumenti per sindaci e amministratori delle tre società controllate. Valerio Ceppetelli Caprini, Luca Noferi, Silvio Tirdi, Pietro Cavasola e Aldo Filippini, tutti professionisti romani o fiorentini, occupano contemporaneamente i vertici di Finban, Bn Commercio e Finanza e Bn Finproget, aumentandosi i compensi annui da 15 milioni a oltre 50 milioni.
Come e quando finirà la festa intorno alle spoglie dell’ex impero del Banco di Napoli non si sa. Nessun termine è stato fissato dal Tesoro per portare a termine il processo di scioglimento. Una sola cosa è certa: c’è interesse affinchè tutto questo duri all’infinito. Masala e Gesmundo, per mettersi al sicuro da eventuali rischi collegati con la propria attività professionali, hanno sottoscritto, sempre a spese dell’Isveimer due polizze assicurative di 30 milioni ciascuna. Come per dire: se per caso commettiamo qualche errore a risarcire il danno sarà lo stesso committente che ci ha incaricati. Un paradosso. Soprattutto se si considera che Masala e Gesmundo incassano 400 milioni l’anno ciascuno, oltre vitto, alloggio e rimborsi spese, come risulta dal verbale dell’assemblea dei soci del 30 aprile ‘96. Tra i beneficiari della messa in liquidazione dell’Isveimer ci sono pure alcune società di revisione e consulenza: oltre alla Macfin, la Arthur Andersen e la Roland Berger. Al momento del loro insediamento, Masala e Gesmundo revocano tutti gli incarichi alla Price Waterhouse che si rifiuta di certificare il bilancio Isveimer ‘95 a causa di irregolarità nella tenuta dei libri contabili (vedere testo della relazione della società di revisione del 24 aprile 1996). Entra in scena la Arthur Andersen che riesce a soffiare alla Price Waterhouse anche gli incarichi alla Finban e alla Bn Commercio e Finanza.
Quest’ultima, inoltre, si affida nelle mani della Roland Berger, società di consulenza organizzativa, che per 140 milioni prepara un piano di ristrutturazione e rilancio di Bn Commercio e Finanza che nel ‘95 ha fatto registrare una perdita di bilancio di 52 miliardi.”
Riferimenti
Peragine, V., “Un’operazione culturale che condanna il Mezzogiorno”, su “Italiani Europei” 1/2013, 14 Gennaio 2013.